Esercizi Spirituali, 1992

[…] sulla necessità che noi diamo una risposta al Signore. Gesù, il Santo, chiama tutti i suoi discepoli, la sua Chiesa, a essere santi. Siamo stati scelti, siamo stati perdonati nel Battesimo, siamo stati purificati nel Battesimo, e continuamente la purificazione si rinnova nei Sacramenti, ma Egli ci chiama ad essere come Lui, santi e immacolati al cospetto di Dio. Ci chiama ad essere, cioè, vittoriosi sul peccato, ci chiama a essere vittoriosi sulla morte, ci chiama a essere vittoriosi sul male: questo significa diventare Santi. Il Signore ci chiama a essere noi stessi.

Vi ricordate quell’esempio famoso della farfalla? Prima di essere farfalla è un bozzolo, è come un tutt’uno compatto dove non c’è bellezza, né splendore di colori, né armonia, né agilità, né capacità di volare. La farfalla, prima di diventare farfalla, non dice niente, è insignificante. Poi, però, quando arriva il tempo di uscire dal bozzolo, ecco questo splendore di colori, ecco questa bellezza di ali, questa bellezza di insetto che rallegra l’aria! Così siamo noi. Noi siamo come avviluppati, come presi da liane, da corde, e non siamo liberi. Oppure siamo come il pezzo di marmo, il pezzo di legno, che ancora attende la mano dello scultore: quando arriva la mano dello scultore, quel pezzo di legno, che non diceva niente, diventa un’opera d’arte; quando arriva la mano dello scultore il pezzo di marmo diventa un’opera d’arte. Così siamo noi. Nasciamo, andiamo crescendo, abbiamo tante possibilità, abbiamo tante potenzialità, siamo come tanti semi, ma non è detto che questi semi sbocceranno tutti! Non è detto che questi semi sbocceranno e daranno il fiore; non è detto che tutte le nostre possibilità le realizziamo! Ci vuole un lavoro. Ci vuole una mano, ci vuole un impegno, ci vuole un artista.

Ecco, la santità è quest’opera di purificazione, è quest’opera attraverso la quale da noi va venendo fuori l’uomo, la donna, la persona; va venendo fuori qualcosa di bello, qualcosa di grande, qualcosa di splendente. L’artista è lo Spirito Santo. La mano e lo scalpello sono dello Spirito Santo. Ma se noi siamo un legno buono, un marmo buono, se cioè siamo un buon terreno – con un altro esempio, quello della parabola del seminatore, – se noi siamo docili all’azione dello Spirito, allora ecco, va venendo fuori qualcosa di bello, va venendo fuori il meglio di noi, va venendo fuori la parte migliore di noi.

Il contadino che fa? – dice Gesù – Pota. Pota l’albero, pota la pianta, toglie i rami che l’appesantiscono, toglie i rami che non permettono all’albero di dare il meglio di sé. E questo significa impegnarsi nella santità, impegnarsi ad eliminare ciò che ci rende meno limpidi, meno brillanti, meno uomini, meno donne, meno cristiani, meno figli di Dio. Gesù ci chiama a questo: siate perfetti, date il massimo! Date il massimo di voi stessi! Io sono venuto per portare la Vita, voglio che abbiate la Vita in pienezza. Capite cosa vuole Gesù da noi? Certe volte noi abbiamo l’impressione che cercare di diventare Santi significhi perdere qualche cosa. E allora abbiamo paura, abbiamo paura di essere come spogliati di qualcosa, denudati di qualcosa…ma allora non posso fare questo, allora non posso fare quell’altro, là non ci posso andare, questo non lo posso dire, questo non lo posso fare. Perché forse ci è stata presentata la santità così, solamente come un togliere. La santità non è soltanto togliere, la santità è togliere per mettere, è uno svuotare per riempire, è un tagliare per far sbocciare, è una rinuncia per acquistare altro. Ricordate l’esempio della perla? Vende tutto colui che ha trovato la perla, vende tutto. Ma non è che vende e basta, vende e acquista, vende e va a comprare un’altra cosa, va a comprare un campo e lì, nel campo, c’è una perla preziosa, c’è il tesoro.

Questo dice Gesù: non si tratta di perdere o, se di perdere si tratta, si tratta di perdere ciò che vale la pena perdere perché non ci fa essere noi stessi, e di acquistare possibilità nuove. Difatti, i Santi e le Sante sono gli uomini e le donne più belli, meravigliosi, che abbiamo noi; sono ricchi di umanità, sono ricchi di sensibilità, avvicinarli è una gioia, averli in mezzo a noi è una gioia. In fondo, sono il sorriso di Dio in mezzo a noi, ci danno una prospettiva nuova, ci danno la possibilità di dire: ma veramente non siamo così cattivi! Se ci sono uomini così, se ci sono donne così, allora non è vero che siamo solo cattivi, c’è anche qualcosa di buono in noi, allora non è vero che dobbiamo rassegnarci a essere cattivi. Anche noi possiamo diventare migliori, anche noi possiamo rendere fuori non soltanto il male, ma anche il bene.

Ecco che significa impegnarsi nella santità. Certo, ci vuole una fede grande, ci vuole un atto d’amore, ci vuole una scelta, ci vuole la capacità di dire al Signore: sì, Signore, io scelgo Te, io credo in Te. Ci vuole l’impegno a convertirsi, l’impegno a lasciare qualcosa, ma dalla fede, dalla conversione, possono nascere cose grandi.

In fondo, però, cos’è la santità? Cosa vuole il Signore da noi? Cosa ci chiede, chiedendoci di diventare Santi come Lui è Santo, chiedendoci di essere il Popolo Santo di Dio, chiedendoci di essere immacolati? Il Concilio, nel quinto capitolo del documento che ho citato più volte in questi giorni e che si chiama La Chiesa, dice così, al numero 42: “Dio è amore e chi sta fermo nell’amore, sta in Dio e Dio in lui”. Questo è San Giovanni, nella prima lettera. “Ora Dio ha largamente diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato”, e questo è San Paolo, ai Romani; “perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di Lui”.

Allora la santità è questo: è la capacità di amare, è vivere la carità, è vivere l’amore. Quando questo amore viene vissuto in una maniera eroica, allora abbiamo i Santi che mettiamo sugli altari. Chi sono i Santi che mettiamo sugli altari? Sono persone come noi che hanno amato, hanno amato tanto da diventare eroi dell’amore. Allora, la Chiesa dice: come sono brave queste persone, imitiamole! Come sono brave queste persone, facciamone un modello. Come sono piene d’amore queste persone, sicuramente pregano per noi, invochiamole, sono i nostri intercessori. Questi sono i nostri Santi. Ora anche a noi viene chiesta questa capacità, la capacità di decidere che io voglio vivere la mia vita amando, che io voglio fare del comandamento di Dio ‘amerai il Signore Dio tuo con tutte le forze, con tutto il cuore, con tutta la tua anima, con tutto te stesso, e amerai il prossimo come te stesso’ il comandamento base della mia vita. Quando noi decidiamo di amare Dio e di amare i fratelli, allora già noi siamo sulla buona strada, allora già noi siamo sulla strada che ci porta alla santità, perché Dio è amore, è Santo ed è amore; Cristo è Santo ed è amore; lo Spirito Santo è amore, e noi diventiamo Santi se diventiamo capaci di amare. Amare Dio, amare i fratelli.

Certo poi che nella storia, nei vari tempi in cui si vive, nei vari ambienti in cui si vive, l’amore si esprimerà in modi diversi. Sicché, ad esempio, avremo il Santo che si dedicherà ai carcerati, il Santo che si dedicherà ai poveri, come San Vincenzo de’ Paoli; avremo il Santo che si dedicherà ai malati, come San Giovanni di Dio o San Camillo de Lellis; avremo il Santo che si dedicherà all’educazione, come San Giovanni Bosco, il Santo che si dedicherà molto alla predicazione, come lo stesso San Vincenzo, il Santo che si dedicherà allo studio di Dio, come San Tommaso, ma sempre da lì si parte, sempre dall’amore.

Poi il Signore, ad ognuno di noi, fa capire che vuole essere amato in un particolare modo, fa capire che vuole essere amato attraverso una particolare strada, sicché la Chiesa è così bella per questo, perché è fatta di tante persone, che amano Dio, amano i fratelli, ma ognuno li ama attraverso una strada, ognuno li ama attraverso un programma, ognuno si dedica a una causa. E così deve avvenire anche in noi: ognuno può essere chiamato a vivere l’amore nella famiglia, può essere chiamato a vivere l’amore nel lavoro, a vivere l’amore in un ospedale, a vivere l’amore di Dio e dei fratelli nella scuola, a vivere l’amore di Dio e dei fratelli come sacerdote, come religioso, come missionario, o come uno che decide di restare nell’ambiente in cui vive, a contatto con la realtà. Possiamo essere chiamati a vivere l’amore di Dio e dei fratelli nella politica, nel giornalismo, nel cinema. Anche nel cinema! Abbiamo avuto anche artisti, gente di teatro, gente del cinema, che sono specchio di santità! Non è tutto sporcizia, perché non è detto che il cinema in se stesso, o lo spettacolo, debbano fare diventare sporchi. Abbiamo delle personalità che vivono l’amore di Dio, vivono l’amore dei fratelli, anche restando in ambienti che potrebbero portare al male. Abbiamo persone in gamba tra i cantanti, tra i calciatori, perché è l’ambiente che influisce su di noi, ma non ci fa schiavi! Dipende da come siamo noi nella testa, dipende da come siamo noi nel cuore, dipende da come siamo noi come persone. E se tu sei preso dall’amore di Dio, e sei preso dall’amore dei fratelli, ovunque il Signore ti chiamerà a lavorare, ovunque il Signore ti chiamerà a guadagnarti la vita, lì tu potrai fare cose belle, lì tu potrai fare sbocciare fiori, anche se sei nel deserto, perché tu sei, in quel momento, strumento dello Spirito Santo, e lo Spirito Santo è capace di trasformare un cuore di pietra in cuore di carne. Quindi, amiamo!

Ognuno di noi stasera rifletta: la mia vita è fondata sul comandamento dell’amore? Sono convinto che la vita vale la pena di essere vissuta nella dimensione dell’amore? Sono convinto che è l’amore che mi porta a vivere, mentre l’odio mi porta alla morte? Sono convinto che Dio, che è amore, mi chiama ad amare? Sono deciso a spendermi per la gloria di Dio? Sono deciso a spendermi per il bene dei fratelli? Come vivo la vita? La mia vita è un servizio, è un’offerta di amore? Oppure sono ancora chiuso, troppe catene, troppe corde che fanno tacere le mie labbra, non fanno vibrare il mio cuore, non fanno aprire le mie mani? Questo è il problema.

Prima di tutto: amare. Poi parleremo delle altre cose, ma prima di tutto amare. Certo, dice il Concilio, la carità è un seme. Quando uno decide di amare, decide di mettere un seme nel terreno del suo cuore. Questo seme, poi, deve essere alimentato. Questo seme deve fruttificare.

Allora il Concilio continua così: perché questo seme della carità continui, bisogna che ogni fedele ascolti volentieri la Parola di Dio, e con l’aiuto della Sua grazia, bisogna che compia con le opere la Sua volontà. È bene che partecipi ai Sacramenti, soprattutto all’Eucaristia, che si applichi costantemente alla preghiera, etc.

C’è tutto un programma per farsi Santi, ma l’inizio è quello: è inutile che parliamo di preghiera, di Messa e di quant’altro, se prima non decidiamo di amare. Da lì bisogna partire: mi decido ad amare? Mi decido a donare? Mi decido a vivere nell’amore? Se prendiamo questa decisione, in un atto di bene, in un atto di abbandono in Dio, col proposito di cambiare e di dare una svolta alla nostra vita, allora lo Spirito Santo ci prenderà per mano e ci andrà conducendo, ci andrà portando.

Ma perché non cambio mai? Ma perché sono sempre lo stesso? Ma perché non faccio progressi? Quand’ero giovane ero volenteroso, ero così…perché? Perché man mano che andiamo avanti diventiamo aridi, anziché diventare come alberi che portano frutto? Da cosa dipende? Perché gli alberi, le piante, ad un certo punto si inaridiscono? L’aria, il caldo, il freddo, la mancanza d’acqua, la troppa acqua. Queste cose le sappiamo. Perché un fiore non va avanti, inaridisce? Anche qui, sul piano della vita spirituale, perché non vado avanti? Perché? Il Concilio lo dice: si tratta di semi, che bisogna fare germogliare, si tratta di semi che bisogna fare fruttificare. È necessaria l’alimentazione, è necessario il cibo spirituale, è necessaria l’acqua spirituale, l’aria. C’è da alimentare questo seme, non si può abbandonare a se stesso! Il vignaiolo è Gesù e si serve dello Spirito. Ecco, farsi guidare dallo Spirito: ne parleremo ancora.

Ognuno di noi si è mantenuto fermo nel proposito di amare? Se non abbiamo amato più, certo che ci inaridiamo, perché poi uno si stanca di dire sempre preghiere, poi uno si stanca di andare ogni giorno a Messa, avete ragione! È come quando due persone si vogliono bene: se poi non si vogliono bene più, anche se continuano a vedersi ogni giorno, quel vedersi ogni giorno non ha significato. È come quando uno ha perso l’amicizia con una famiglia: per educazione uno ci va, però non prova gioia, è chiaro, perché è venuto meno l’amore, è venuta meno l’amicizia. Ora, non è a furia di preghiere che si diventa Santi! Non è a furia di tutte le preghiere che dice, che uno si fa Santo! Perché poi uno si stanca: mamma, quanto sono arido! Prima di tutto amare! Se ami, non ti inaridisci. Puoi soffrire, perché amare significa soffrire, ma non puoi inaridirti. Se ami, sei sempre fresco, sei sempre nuovo, sei sempre a contatto con persone che hanno bisogno di te, sei sempre a contatto con persone che non ti fanno invecchiare, sei sempre a contatto con persone che ti tengono la testa sempre inquieta, non ti puoi addormentare. Se ami, non puoi stare fermo, ti mantieni giovane nello spirito. Capite? È da lì che bisogna partire.

Forse ho finito col non amare più, ed è per questo che sono morto, anche se sono vivo. Sono morto, ed è inutile che faccia tutte le pratiche di pietà, perché le pratiche di pietà, senza l’amore, mi stancano, mi deludono. Il cuore lo lasciano freddo. Allora, prima di tutto, deciditi ad amare, deciditi ad aprirti a Dio, deciditi ad aprirti al prossimo. E poi, lì, il Signore si farà trovare, a poco a poco il Signore ti indicherà altri mezzi, altre strade. Certo, c’è bisogno di nutrirsi della Parola di Dio, perché la Parola di Dio ti dice come amare, ti dice che significa veramente amare. Per esempio, nei riguardi di Dio: amare Dio non significa tanto provare chissà cosa nel cuore. Ah, non provo più, non sento niente! Ma che devi sentire? Non devi sentire niente! Certe volte il Signore ti farà sentire, ma altre volte non ti farà sentire niente. Ci sono stati Santi che non hanno sentito niente per anni! La chiamavano “la notte dello Spirito”, terribile, guai a chi ci passa! Perché uno, certo, quando ama, vorrebbe che il cuore vibrasse, eppure certe volte uno ama senza bisogno che si metta a cantare le canzonette “ti amo, ti amo!” Non è che uno ama solo quando canta le canzonette! Quando c’è da amare, si ama anche senza canzonette! Devo amare, devo donarmi. Amare Dio significa, prima di tutto, compiere la sua volontà, significa compiere la sua Parola.

Il Signore ti fa capire che tu devi passare per quella strada, il Signore ti fa capire che è quello il tuo cammino, il Signore ti fa capire che queste vicende formano la tua vita e basta, non c’è niente da discutere: ami Dio, e allora ubbidisci, ami Dio e fai la Sua volontà, vai avanti.

Vai avanti. Ma è un cammino con la Croce! Se tu ami, accetta anche la Croce. Se capisci che Dio ti chiama ad aiutarlo a portare la Croce, vuol dire che la strada di amare Dio, per te, è quella, vuol dire che per te il modo di amare Dio è quello.

Ma mi sono ammalato, non posso fare più quello che potevo fare: catechismo, Azione Cattolica, andare dai malati…che era bello, allora sì che amavo Dio! Ma chi te l’ha detto che amavi Dio solo allora, quando facevi tutte le cose? Allora quelli che non fanno queste cose, non amano Dio? Non si fanno Santi? Lo decide Dio come vuole essere amato! Non lo decidiamo noi come dobbiamo amare Dio! Terribile quello che sto dicendo, io ho paura a dirlo. A dirlo è facile, ma è così: lo decide Dio come vuole essere amato, non lo decidiamo noi. Sicché uno, per esempio, sognava una vita tutta attiva, e invece no, il Signore ti fa trovare in un ambiente in cui devi stare fermo, devi accudire delle persone, non le puoi lasciare sole. Che fai, le abbandoni?

Ma a me piacerebbe andare a fare catechismo, la visita agli altri ammalati! Però, nel frattempo, hai il malato in casa! Provi gioia ad andare a visitare gli ammalati, però non provi gioia ad accudire il malato che hai in casa? Ecco, amare Dio lì dove ci mette, amare Dio per come si va manifestando la Sua volontà, obbedire alla Sua Parola, obbedire alla Sua volontà.

Ecco perché abbiamo bisogno, per progredire nella santità, di questo nutrimento che è la Parola di Dio, e abbiamo bisogno di preghiera, ma non come modo di accontentare Dio. Dio, ti ho detto un chilometro di preghiere, perciò sono santo. Sbagliato! Dio, ho pregato perché avevo bisogno di capire cosa vuoi Tu da me. Signore, ti sto pregando perché sono in un mare di guai, sono confuso, dammi forza! Noi non preghiamo per vantarci davanti a Dio, perché allora sì, uno comincia a misurare quante preghiere dice: un metro, due metri, tre ore, quattro ore. Ma la preghiera non è questo, la preghiera è questo bisogno di parlare con Dio della tua vita, delle tue cose, dei tuoi problemi, per capire quello che devi fare, per capire cosa il Signore vuole da te. E quando l’hai capito, per chiedergli perdono se non ci sei riuscito. E quando l’hai capito, per ringraziarlo se ci sei riuscito. E se non ci riesci, per chiedergli aiuto per riuscirci. Questa è la preghiera.

Sicché, sì, ad un certo punto i direttori di spirito consigliano che ci sia anche una determinata ora di preghiera, che ci sia una disciplina nella preghiera, che si prenda un impegno, la sera ad esempio, o il pomeriggio se non puoi la sera, comunque un momento della giornata dedicato alla preghiera. Però i direttori di spirito non dicono “preghi bene se hai pregato due ore, preghi male se hai pregato dieci minuti”. I direttori di spirito dicono: qual è stata la qualità della preghiera? Cos’hai scoperto in questa preghiera? E così anche con i Sacramenti, ma per stasera ci fermiamo qui, chiedendo al Signore che abbia pietà di noi, perché siamo piccoli e deboli, e chiedendo però al Signore che consideri che noi Gli vogliamo bene per davvero. Tutti abbiamo un grande desiderio di amarlo, tutti abbiamo un grande desiderio di stare in pace con gli altri, in genere non siamo così cattivi che non vogliamo amarci gli uni gli altri; in genere mi consta che quando uno non può stare in pace con l’altro, ci soffre. E allora stasera chiediamo al Signore anche la capacità di amare Dio come vuole Lui, e di amare il prossimo come vuole Lui e come, forse, vorrebbe il cuore. Il problema è che siamo deboli e non ce la facciamo, ed è perciò che ogni volta ci mettiamo in ginocchio e diciamo: Signore, aiutaci.

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One thought on “Esercizi Spirituali, 1992

  1. sapremmo mai realizzare tutto quello che lui ci ha dato gratuitamente, dal momento che non siamo ancora capaci di accettare che lui non c’e’ piu’, che la sua voce , la sua gioia , i suoi sentimenti dati a tutti noi ,non li vediamo non li sentiamo e soprattutto non ci toccano fisicamente…

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